Thor Heyerdahl (1914–2002), esploratore norvegese, contribuì alla riscoperta delle strutture di Güímar, interpretandole nel quadro di possibili connessioni culturali transoceaniche.
"A Thor Heyerdahl, che aprì la strada"
L' Uomo e la Macchina
Articolo di Luigi Martelli sulle capacità Umane nell'utilizzo dell' IA
Non ho mai avuto paura dell'intelligenza artificiale. Forse perché, prima ancora di usarla, ho sempre amato cercare. Da bambino passavo il tempo tra atlanti geografici, enciclopedie e dizionari. Mi piaceva aprire una pagina e finire da tutt'altra parte. Cercavo una risposta e ne trovavo dieci. Ma soprattutto imparavo una cosa che oggi rischiamo di dimenticare: la ricerca non era soltanto il risultato finale, era il percorso. Oggi viviamo in un'epoca diversa. Possiamo ottenere una quantità enorme di informazioni in pochi secondi. È una possibilità straordinaria e sarebbe sciocco negarlo. Anch'io utilizzo ogni giorno l'intelligenza artificiale e sarebbe ipocrita da parte mia criticarla. Ma proprio perché la utilizzo, mi sono accorto di una differenza fondamentale che spesso sfugge.
- Trovare una risposta non significa comprenderla.
La comprensione richiede ancora tempo. Richiede attenzione. Richiede errori, dubbi, verifiche e, soprattutto, richiede lentezza. La lentezza non è il contrario dell'intelligenza. È una sua componente. Molti vedono la velocità come il traguardo. Io la vedo come uno strumento. Se una macchina mi permette di trovare in pochi secondi un'informazione che un tempo avrei cercato per ore, bene. Ma il tempo risparmiato non dovrebbe essere utilizzato per produrre più contenuti. Dovrebbe essere utilizzato per comprendere meglio ciò che abbiamo trovato. È qui che, secondo me, si gioca il vero rapporto tra uomo e intelligenza artificiale.
- L'idea deve esistere prima dello strumento
Se non esiste un pensiero personale, l'intelligenza artificiale può soltanto riempire il vuoto con parole. Magari parole scritte bene, magari persino migliori di quelle che avremmo scritto noi, ma resta una differenza sostanziale:
- quelle parole non ci appartengono davvero.
Ed è qui che vedo il rischio più grande. Non quello di essere sostituiti dalle macchine.
- Quello di smettere lentamente di costruire il nostro pensiero.
Perché una persona può leggere un testo perfetto e credere di aver compreso un argomento. Può persino firmarlo, pubblicarlo e difenderlo per qualche tempo. Ma prima o poi arriverà una domanda, un confronto, una critica. E in quel momento emergerà una verità semplice:
- comprendiamo soltanto ciò che abbiamo realmente costruito dentro di noi.
Per questo continuo a vedere l'intelligenza artificiale come un'estensione e non come una sostituzione. Un'estensione della memoria. Un'estensione della capacità di ricerca. Un'estensione della velocità con cui possiamo confrontare dati e informazioni.
- Ma non un'estensione della coscienza.
Quella parte rimane nostra. Il metodo Atlas, per esempio, non è nato da una macchina. È nato da anni di letture, osservazioni, dubbi, errori, intuizioni e verifiche. L'intelligenza artificiale mi ha aiutato a sviluppare alcune parti del percorso, ad accelerare determinate ricerche e a confrontare più rapidamente informazioni che da solo avrei impiegato molto più tempo a raccogliere. Ma la direzione non l'ha data lei. La direzione esisteva già. Ed è proprio questo il motivo per cui continuo a credere che il futuro non appartenga né all'uomo da solo né all'intelligenza artificiale da sola.
- Appartiene alla collaborazione.
A un rapporto nel quale ciascuno svolge il proprio ruolo senza pretendere di sostituire l'altro. Perché una macchina può aumentare la nostra potenza. Ma soltanto un essere umano può dare un significato alla direzione in cui quella potenza viene utilizzata. Ed è forse questa la responsabilità più importante che abbiamo davanti:
non imparare a farci sostituire dall'intelligenza artificiale, ma imparare ad usarla senza sostituire noi stessi.
Luigi Martelli
Luigi Martelli (Catanzaro, 1982) è un ricercatore indipendente e ideatore del Metodo ATLAS.
Dopo il diploma come tecnico per le industrie elettriche, frequenta per tre anni il corso di laurea in Scienze Turistiche presso la Facoltà di Economia dell'Università della Calabria, sostenendo diversi esami e approfondendo tematiche legate alla storia, al territorio, al patrimonio culturale e allo sviluppo turistico.
Per ragioni economiche e lavorative legate al contesto territoriale, è tuttavia costretto a interrompere il percorso universitario e a trasferirsi lontano dalla propria terra d'origine alla ricerca di nuove opportunità professionali.
Nonostante ciò, continua negli anni a coltivare e sviluppare autonomamente il proprio interesse per la storia, il paesaggio, la geografia storica e il rapporto tra uomo e ambiente, trasformando progressivamente questa attività in un percorso di ricerca indipendente.
Il Metodo ATLAS rappresenta oggi la sintesi di questo percorso personale e di studio. Attraverso osservazioni sul campo, documentazione tecnica, analisi territoriale e confronto con le fonti storiche, l'autore sviluppa un approccio orientato alla comprensione dei contesti ambientali, storici e archeologici, con particolare attenzione alla relazione tra ambiente, funzione e forma.
Le attività di ricerca vengono svolte in modo indipendente e i risultati sono resi disponibili attraverso pubblicazioni e documentazione open access.
Tra i principali ambiti di studio rientrano le Isole Canarie, considerate dall'autore un territorio di particolare interesse storico, ambientale e culturale, al quale dedica una parte significativa della propria attività di ricerca.
"L'acqua è il principio di tutte le cose."
Talete di Mileto
Incrocio impostazione Archeoastronomica sviluppata da Arthur Posnansky e Metodo ATLAS di Luigi Martelli
Arthur Posnansky
Nato a Vienna (Impero Austro-Ungarico) il 12 aprile 1873 – morto a La Paz (Bolivia) il 27 luglio 1946.
Ricercatore e pioniere nello studio di Tiwanaku, attivo tra Europa e Sud America nella prima metà del XX secolo.
L’incrocio tra l’impostazione archeoastronomica sviluppata da Arthur Posnansky e l’applicazione del Metodo ATLAS al complesso di Tiwanaku evidenzia una convergenza iniziale su un punto fondamentale, seguita da una divergenza radicale sul piano interpretativo. Posnansky aveva correttamente intuito che il contesto ambientale originario del sito non corrispondesse a quello attuale, ipotizzando livelli del lago Titicaca più elevati e condizioni climatiche differenti. Questa intuizione, per quanto inserita in una costruzione teorica più ampia e non sempre verificabile, rappresenta un elemento di partenza significativo e non trascurabile. Tuttavia, la traduzione funzionale di tale premessa costituisce il punto critico della sua impostazione. Posnansky interpreta la presunta prossimità delle acque come indicativa di una funzione portuale e simbolico-astronomica del complesso, attribuendo agli allineamenti architettonici un valore primario nella definizione della funzione del sito. Questa lettura presuppone implicitamente che la forma osservabile delle strutture sia direttamente espressione della loro funzione originaria, e che le condizioni attuali del sito possano essere retroproiettate senza correzioni sostanziali.
L’applicazione del Metodo ATLAS, fondata sulla sequenza
-
A → F → F Rr
introduce invece un vincolo analitico differente, basato su dati morfometrici e altimetrici verificabili. L’analisi della Fase A mostra che il complesso non si colloca in una depressione o in un’area di accumulo, ma su una dorsale leggermente convessa, con un dislivello complessivo di circa 20 metri tra i nodi centrali e i rami del sistema fluviale. Le pendenze medie comprese tra l’1% e il 5% risultano coerenti con un drenaggio gravitazionale lento e continuo, mentre l’assenza sistematica di inversioni di gradiente esclude la presenza di bacini chiusi o condizioni di ristagno permanenteQuesti elementi introducono una incompatibilità fisica diretta con l’ipotesi di un sistema portuale. Un’infrastruttura destinata all’accumulo o alla stazionarietà dell’acqua richiede configurazioni altimetriche opposte, caratterizzate da conche, soglie di contenimento o inversioni locali di pendenza. La morfologia rilevata, al contrario, è interamente orientata al deflusso, e risulta coerente con una gestione dinamica delle acque superficiali piuttosto che con una loro raccolta statica. In questo senso, il dato ambientale utilizzato da Posnansky viene confermato nella sua componente generale, ma reinterpretato in termini funzionali diametralmente opposti. La divergenza si estende anche all’interpretazione degli allineamenti. Nell’impostazione archeoastronomica, le deviazioni rispetto agli assi cardinali sono considerate indicatori intenzionali di osservazione celeste e costituiscono il fondamento della datazione proposta. Nel modello ATLAS, gli stessi scarti angolari risultano compatibili con adattamenti locali ai micro-gradienti e alle direttrici di flusso individuate nel sistema territoriale. L’orientamento architettonico non viene quindi negato, ma ricollocato come variabile subordinata, non sufficiente a definire autonomamente la funzione del complesso. Un ulteriore elemento di distinzione riguarda la natura epistemologica dei due approcci. La costruzione teorica di Posnansky, pur supportata da osservazioni e misurazioni, non produce predizioni verificabili sul piano fisico e risulta difficilmente falsificabile. Al contrario, il Metodo ATLAS genera un insieme di condizioni controllabili, tra cui la coerenza dei gradienti, la continuità morfologica e la compatibilità con modelli di deflusso, aprendo la possibilità a verifiche dirette tramite indagini sedimentologiche, carotaggi e analisi stratigrafiche Ne consegue che l’incrocio tra i due approcci non si configura come una semplice contrapposizione, ma come una riformulazione del problema originario. L’ipotesi di una variazione ambientale significativa, già presente in Posnansky, trova riscontro nei dati paleoidrologici e paleoclimatici, ma la sua traduzione funzionale viene ridefinita alla luce dei vincoli fisici del sito. Il complesso non appare come un sistema simbolico adattato a un ambiente differente, bensì come una struttura tecnica coerente con una condizione ambientale instabile, progettata per operare entro un regime di drenaggio controllato. In questo senso, il contributo di Posnansky può essere reinterpretato come una fase preliminare di individuazione del problema, priva tuttavia degli strumenti metodologici necessari per una sua risoluzione.
Il Metodo ATLAS interviene su questo stesso nodo, sostituendo una lettura interpretativa con un’analisi vincolata dai dati, e trasformando una suggestione ambientale in un modello funzionale verificabile.
Analisi funzionale del sito di Takarkori (Tadrart Acacus)
https://doi.org/10.5281/zenodo.19762831
(test/esercitazione per l'applicazione del metodo su sito archeologico privo di strutture megalitiche)